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Il De Sanctis già nelle lezioni (pubblicate nel nostro tempo) si era cimentato con l’A. fa di precisare ulteriormente il suo pensiero morale e politico, il principio del «forte sentire», da cui trae deduzioni di sapore machiavellico («Negli uomini in generale, principalmente amiam noi il forte sentire, che è il fonte verace d'ogni bene buono, come altresì d'ogni male buono; che io avrò pur la temerità di dar questo epiteto al male, allorché egli, da passioni ardenti ed altissime procreato, si fa di altissimi effetti cagione»), e il suo concetto di libertà: «Nella vera civil libertà, la storia di quei pochissimi popoli che la possedevano, mi facea chiaramente vedere compresa la massima possibilità per l'uomo di ottenere una più utile e più durevole gloria». • Riprende a viaggiare nel 1769. Prof. Giuseppe Palazzolo Vittorio Alfieri(Asti, 16 Gennaio 1749 – Firenze 8 ottobre 1803)Questo testo è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione - Non… Nell’Italia in cui viveva, tra gli amici italiani consenzienti o dissenzienti, egli sentiva la presenza dell’A., e alfleriana fu pure per qualche colore, per più di un tratto l’Italia da lui ammirata, vagheggiata, trasfigurata nell’immaginazione: se delle letture giovanili del tragico nostro permane il ricordo in qualche pagina dei romanzi, nell’Armance ad esempio, in cui il protagonista cerca conforto alla propria tristezza leggendo i libri del «sombre Alfieri», le impressioni di quelle letture, filtrate attraverso una così diversa indole ed esperienza, non furono senza efficacia sul romanziere, a cui dell’A, piacque ritenere e far proprio, a modo suo, lo stato d’animo e il giudizio fissato nella nota pagina del Principe sugli «enormi e sublimi delitti» e nell’altra del Parere sull’Agide: « La pianta-uomo in Italia essendovi assai più robusta che altrove...».Studiò pure l’A. non furono estranee le passioni politiche dell’Italia del primo dopoguerra e del regime instaurato dopo il 1922. VITTORIO ALFIERI aalfieri_sintesi.indd 1lfieri_sintesi.indd 1 112/07/13 10.302/07/13 10.30 miscell. d. letter. Tentò per mezzo del Carletti, diplomatico toscano a Parigi, di riavere i libri e le carte che gli erano state sequestrate, inutilmente (soltanto nel '98 il Ginguené, ambasciatore di Francia a Torino e futuro storico della letteratura italiana, non sollecitato da lui ma per sua iniziativa, gli fece avere i manoscritti): si diede perciò a rifarsi una biblioteca, proponendosi di accrescere la propria cultura che ora gli sembrava troppo scarsa, se pur, confessava, mai egli avrebbe potuto essere un uomo dotto. Di fatto, uscendo da un lavoro intenso di poco più che un decennio, egli si trovava dinanzi a una situazione nuova a cui era e sarebbe sempre più stato estraneo, anche se da principio le speranze sue si confondevano con le speranze di tutti. Rime Vita di V. Alfieri da Asti scritta da esso 3. ardentissimus. A lui l’entusiasmo per l’A. Nacque nel Piemonte sabaudo, da nobile famiglia e studiò alla Reale Accademia di Torino, dove compì, come dice egli stesso, «studj pedanteschi e mal fatti» (Vita II, 2). La lingua. in Scritti editi e inediti, I (Letteratura), Imola 1906; F. P. Bozzelli, Dell’imitazione tragica, II, Firenze 1838, cap. in questo miracolo è così debole che la commedia rimane una fredda escogitazione, una faticosa allegoria, tanto più forte gli s'imponeva la considerazione dei mali umani, della perenne volgarità presente nella corte di Dario, come nelle piazze di Roma ove contrastano i pochi, o in quelle d'Atene ove dominano i troppi. e il pensiero politico dell’età sua («Questi intendimenti dell’Alfieri non si discordano da quelli dei filosofi politici francesi nè dalle tendenze generali dell’epoca, ma sono tanto la necessaria espressione della sua anima, ma prenderanno in essa una forma tanto propria ch’egli potrà considerarli come la stessa lor vita»), il carattere della sua dottrina politica («La dottrina politica dell’Alfieri non era una servile imitazione di pensieri comuni a molti ma una produzione spontanea e la scienza necessaria della sua anima: non un’idea speculativa ma un sentimento, una passione, l’energia abituale della sua vita. Lo scrittore rifiuta il compromesso con il potere e il pubblico e rivendica la natura letteraria e classicistica della sua poesia > l’adozione delle tesi illuministiche dei philosophes francesi di C. Tenca in Prose e poesie scelte, I, Milano 1888); [C. Tenca], V. Alfieri, in Il Crepuscolo, pp. La Vita scritta da esso Iniziata nel 1790, pubblicata definitivamente nel 1803 La Parte prima è divisa in quattro epoche (Puerizia, Adolescenza, Giovinezza, Virilità), la Parte seconda è il seguito della quarta epoca Lo stile è semplice e il lessico a volte inusuale Il suo scopo acquisto libri online Le opere di Vittorio Alfieri: Volume 6. intendeva di fare cosa «aristofanica», secondo il modello di quelle Rane che aveva tradotto nel 1797: di fatto l'opera di Mercurio, scrutante nel petto delle anime che si presentano ai giudici infernali, non è diversa dall'opera dell'A. Nelle tragedie (oltre alle due citate si ricordano l'Antigone, La congiura de' Pazzi, la Virginia, il Timoleone) l'indole eroica e appassionata di A. si manifesta più intensamente. Le più belle pagine di V. A., Milano 1928 e rist. ne fu probabilmente incoraggiato a fare di sé stesso e dei suoi ricordi più intimi l'oggetto del suo scrivere (e un conforto all'opera trovò pure nei Mémoires goldoniani, pubblicati nel 1787, e nella Vita del Cellini, che si faceva leggere in quel tempo), dovette anche sentire repugnanza per la sincerità ostentata dal ginevrino, che sembra essere presa di mira nelle significative parole dell'Introduzione: e se io non avrò forse il coraggio o l'indiscrezione di dir di me tutto il vero, non avrò certamente la viltà di dir cosa che vera non sia,. Non giunge a chiedersi se la cultura non finisca per affievolire l'entusiasmo necessario ad ogni grande azione, e quindi a quella che è per lui la più grande e più degna, la conquista della libertà? Fu in questo ambiente che si diffusero le opere politiche fino allora inedite, e qualche anno più tardi in un clima diverso, ma perdurando negli animi l'efficacia dei rivolgimenti passati, le opere postume e prima di tutte la Vita, che fu per tanti lettori una rivelazione.,«I suoi proseliti e i suoi entusiasti sono in gran numero» scrisse Francesco Torti (1812), non persuaso e un poco diffidente; «la Vita scritta da esso li ha riempiti ultimamente di un culto religioso che s'approssima al furore e all'idolatria».Non era fra quegli entusiasti l'amico d'un giorno Ottavio Falletti di Barolo, che se affermava di poter con la sua testimonianza provare la veridicità di tutto quanto l'autore aveva scritto nella Vita, non ne intendeva lo spirito per quell'insistenza su tanti particolari di scarso significato per lui e assai poco apprezzava «l'immenso amor proprio» la «stranezza spesso sdegnosa e schiva»: e nelle quattro Lettere sulle sue opere postume, in cui pure sono riconoscimenti significativi, ben dimostrava il distacco suo e degli uomini del suo ceto e della sua generazione dal poeta uscito dalla loro società e pur «nel cuore sempre patrizio» ammirato e non compreso; «un carattere» concludeva il Falletti, «che ha del grande e del puerile, dell'umano e dell'acerbo, del capriccioso e del saggio, predominandovi sempre una somma energia or bene or male adoperata». Tale fu per il Manzoni giovane, il quale, tra l'altro, al giudizio dell'amico Pagani, secondo cui la vita alfieriana era «una prova del suo pazzo orgoglioso furore per l'indipendenza», opponeva il giudizio suo, e un modello di pura incontaminata vera virtù che sente la sua dignità e non fa un passo di cui debba arrossire, e l'A. obnoxius / dominantibus. della maturità e quel fondo da cui hanno origine così la sua poesia come la sua politica: sopra tutto per l'accento pessimistico, per lo sgomento di fronte alla dominante tirannia militare che si diffonde per l'Europa (che sarà se la stessa Inghilterra vien meno all'idea che se n'eran fatta i suoi ammiratori? 1783, dopo la lettura del Saul, il poeta fu accolto pastore col nome di Filacrio Eratrastico. Permane sopra tutto come fermo criterio direttivo nell'ideale del «libero scrittore», sia che il Foscolo riprendesse e al solito rendesse più umana la concezione dell'A. Gauthier e P. de Saint Victor); Id., Storia della letter. Rispetto al dramma storico da lui vagheggiato quale gli pareva richiesto dal secolo, rappresentazione totale dell’umanità nei suoi aspetti diversi e contrastanti, «nazionale, libera e popolare», tale da essere intesa dalle «moltitudini», di troppo gli pareva manchevole la tragedia dell’A., conforme a una letteratura «figlia della educazione signorile», opera di uomo a cui tanto doveva rimanere ignoto della civiltà e più delle esigenze del tempo e della nazione.«Impaziente per natura, misantropo per orgoglio, passeggiò per l’Italia come per un cimitero, senza intendere la voce segreta che usciva da quel silenzio, senza sospettare l’esistenza di un incivilimento, a cui non mancano che vie di sviluppo, senza intravedere i caratteri particolari della condizione morale dell’umanità nel suo secolo». Fieramente avverso a ogni forma di tirannia, nelle sue opere celebra la libertà contro il dispotismo delle monarchie e descrive violenti ... D. fu tra i primi autori sui quali l'Alfieri, Vittorio iniziò la sua rieducazione linguistica e letteraria (Vita, Episodio IV 1, anno 1775), sebbene ne avesse acquistato l'opera con quella di altri classici fin dal '71 (Vita III 12; e v. il sonetto Quattro gran vati); e al Petrarca lo associa consigliandone ... Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 2 (1960). che odia i nuovi rivoluzionari e non può nemmeno consentire con coloro che la rivoluzione combattono, vorrebbe atteggiarsi eroicamente nella propria solitudine («Tenea '1 Ciel dai ribaldi, Alfier dai buoni»), ma finisce per irrigidirsi in uno sterile odio, sfogandosi in satire ed epigrammi talora feroci, talora meschini («Composti, scrisse il Foscolo, piuttosto con dispettosa stizza che con vivace acutezza»), contro i Francesi tutti, contro i capi e i generali della rivoluzione, senza risparmiare d'altra parte i loro nemici («Ben tutta è lezzo nostra Europa infame») e la gente di chiesa, satireggiata con motti pungenti come forse in nessun'altra precedente opera. d. letter. - Famiglia astigiana, i cui più antichi personaggi ricordati sono Uberto (1149) e Tommaso (1155) da cui discese Manuele, crociato nel 1214: i figli, Guglielmo e Alferio, ricchi mercanti, divennero (1240) signori feudali di Magliano. Studi particolari: E. Bertana, Sulla pubblicazione delle prime 10 trag. VITTORIO ALFIERI aalfieri_sintesi.indd 1lfieri_sintesi.indd 1 112/07/13 10.302/07/13 10.30 autore tragico e libero scrittore: vi ebbe una parte forse determinante un nuovo amore in cui si trovò invischiato per Gabriella Turinetti marchesa di Priè («di non troppo buon nome nel mondo galante ed anche attempatetta», leggiamo nella Vita: aveva dieci anni più di lui): una pesante servitù amorosa piuttosto che una passione come quella londinese. Five strategies to maximize your sales kickoff; Jan. 26, 2021. He was a political reporter who wanted to offer readers something more than mere information, albeit on a basis that was both timely and truthful, employing facts for which he was happy to serve as guarantor. Scrittore di alti ideali, ha precorso le istanze politiche e morali del Risorgimento. il Puskin, che se, attratto dallo Shakespeare e dall’ideale romantico del teatro, avverti anch’egli l’angustia del «sistema teatrale» alfieriano, non cessò di studiarlo (lasciò fra l’altro una bella «Imitazione» del monologo di Isabella) e certo ne conobbe anche bene le prose politiche se del Principe citava un passo tutt’altro che ovvio in una lettera scritta in difesa di un amico implicato nella congiura dei Decabristi.Come in Italia, in Spagna la fortuna dell’A. (1822), ben ci dice il carattere della critica e del gusto del Carmignani quanto vi si legge: «(dopo il Metastasio) sorse nell’A. di dare un ritratto compiuto di sé medesimo, che si è subito imposto all'ammirazione dei lettori più ancora delle stesse tragedie, tanto che divenne un tempo vulgato il giudizio che l'autobiografia fosse il suo capolavoro: ma se il giudizio è contestabile, poiché nelle tragedie e in particolar modo in alcuni personaggi o scene o accenti è con la rivelazione del più intimo io dell'A. Voltaire, Rousseau, Montesquieu, Helvétius, si era immerso in quelle letture e aveva scoperto con entusiasmo le Vite di Plutarco; e del gennaio '71, all'inizio del secondo soggiorno londinese, è una lettera ai fratelli Sabatier de Cabre (l'abate residente a Liegi in rappresentanza temporanea della Francia e il fratello Onorato Augusto in missione diplomatica a Pietroburgo), di singolare importanza perché discorrendo liberamente con quegli amici, non molto più anziani, di politica, di pettegolezzi mondani, di libertinaggio, lo scrittore giovanissimo non soltanto dimostra di aver accolto i motivi della più vivace polemica libertaria, ma di averli fatti propri improntandoli del suo caratteristico sentire, sicché vi riconosciamo l'A. Scrittore di alti ideali, ha precorso le istanze politiche e morali del Risorgimento. in una pagina, in cui è chiaro a chi vada la sua preferenza: «Tra l'immensa schiera degli esseri a figura umana ne' quali mi sono imbattuto non ne ho ravvisato che due veramente originali: l'uno è Napoleone, l'altro l'Alfieri, entrambi degni di essere appellati uomini nell'età in cui mi vivo. Di affine argomento il Panegirico di Plinio a Traiano (1785). Frutto poi di una nostalgia per il suo mondo tragico, da cui non sapeva del tutto staccarsi, sono l'Abele, designata da lui come «tramelogedia», «stravagante parola» per significare una «stravagante invenzione», ossia un dramma in cui si alternano parti liriche e parti tragiche e compaiono personaggi umani e personaggi fantastici, e che nella parte lirico-fantastica è al disotto della mediocrità, mentre soltanto si avviva per l'ossessione del delitto, da cui Caino è suo malgrado spinto all'uccisione del fratello; e l'altra tramelogedia, soltanto ideata, l'Ugolino, che rende più truce il truce dramma dantesco o La Scotta, di cui non tracciò se non una ancor più rapida «idea»; o la più tarda Alceste, in cui la protagonista, la figura meglio rilevata del dramma, riecheggia negli accenti più felici accenti di altre più originali eroine del suo teatro. vien fuori dal suo saggio con notevole rilievo e se nuovi non sono parecchi tratti, come quelli dell’intima coerenza dell’uomo e dell’opera o della salda unità delle tragedie, liberate dagli «errori» dei francesi, queste ed altre osservazioni s’impongono per il particolare punto di vista del critico: così t’accostamento al Kleist per l’amore della musica e il colore oscuro della visione dei due poeti, o al Byron per il con simile atteggiamento aristocratico di fronte ai sovrani del tempo contro cui si erigono da pari a pari come con un rancore personale in una superba guerra, la congiunta efficacia di Plutarco e del Montaigne, dal quale ultimo sarebbe venuto al poeta il suo gusto dell’analisi morale, o l’aria di famiglia che accomunerebbe l’A. un nuovo e non meno luminoso titolo d’illustrazione per la italiana drammatica. Tale satira svolge, nel metro ormai tradizionale della terzina, in un discorso serrato, alieno dai quadretti e dai ritratti comuni agli altri poeti satirici, una prosa rimata sui generis, a cui il verso e la rima accrescono efficacia e che si aguzza in frequenti sentenze epigrammatiche. Io dico e credo... che il libro è e dev'essere la quintessenza del suo scrittore, e che se non èt ale egli sarà cattivo, debole, volgare, di poca vita e di effetto nessuno». Discendeva da due nobili famiglie: gli Alfieri, antica famiglia astigiana, di cui le memorie risalgono al sec. Quella polemica serpeggia fra i suoi versi, ma soltanto nelle prose politiche si svolge o tenta di svolgersi con coerenza e sistematicità. «non si aiutando nè di episodi nè di ornamenti estrinseci cavò tutto e molto dalle viscere di un soggetto semplice»: «Il genio, conclude l’Ugoni, si compiace del semplice e l’ingegno nel complicato».In seno al romanticismo o accanto e di contro al romanticismo si andava così delineando meglio la fisionomia dell’A. 484-526; sul Foscolo, G. Surra, L’alfierismo di U. Foscolo, Novara 1907; M. Fubini, Ugo Foscolo, Torino 1928, pp. che ancora una volta ripete quanto già scrisse in passato in prosa e in rima: «Il mio nome è Vittorio Alfieri: il luogo dove io son nato, l'Italia: nessuna terra mi è Patria», e l'invasione dei Francesi non saprà commentare se non con questo mediocre epigramma: «Non è dai Galli, oibò, l'Italia invasa: / Gli è tutto pan di casa, / L'una fogna nell'altra si travasa». Più fu le interpretazioni di Ernesto Rossi e di Tommaso Salvini, i quali oltre che nel Saul eccelsero nell’Oreste; e memorabili quelle di Adelaide Ristori nelle parti di Mirra e di Rosmunda (della prima l’attrice ha lasciato il ricordo in una analitica descrizione), sia per sè stesse che per i successi parigini del 1855 e le discussioni a cui diedero luogo – forse l’episodio ultimo della fortuna europea dell’Alfieri.Di scarso interesse i versi di omaggio di Alfred de Vigny (nel 1852 aveva tracciato l’abbozzo di un poema sull’A. merito / multitudini / eo. Venne poi anche per lui lo Shakespeare a rivelargli un mondo ancor più libero dalle convenzionalità del teatro francese e tanto più conforme di quello dell’A. 185-190; su Byron e Chateaubriand, M. Scherillo, disc. dei suoi scritti scelti e non reca nel giornale la sua firma): ma più esplicitamente che in questo art., in quello sulla Storia dell’Emiliani-Giudici egli dà voce alle riserve non tanto sull’opera alfieriana in sé stessa, quanto sull’idea di quello storico sull’A. ital. a livello formale: gli scritti di Alfieri sono sempre caratterizzati stilisticamente da una violenta energia, che rende tormentatissimi i suoi endecasillabi e tra-sforma i dialoghi delle sue tragedie in veri e propri duelli verbali. Studi a cura dell’Univ. In un sonetto il poeta aveva manifestato la volontà che i suoi libri fossero donati alla città natia: ma la contessa, sua erede universale, non tenne conto di quel proposito e morendo nel 1824 lasciò erede di ogni sua cosa, tra cui erano i libri e i manoscritti dell'A., il pittore Fabre, che dal 1796 frequentava la loro casa e che era divenuto suo intimo amico, da tutti riconosciuto come tale. Non aveva scritto, nel primo libro Del principe e delle lettere, che «gli scrittori per quanto esser possano caldi ed anche entusiasti rarissimamente sono da temersi per sè stessi (dal principe)» sia per la loro consuetudine di vita che li rende poco atti all'azione, «sia perché lo sfogo del comporre indebolisce nella massima parte e minora il loro sdegno»? Del 1767-68 è il viaggio a Venezia, Bologna, Genova e poi in Francia, Inghilterra, Olanda e Svizzera; dell'anno seguente il viaggio in Germania, Danimarca, Svezia e Russia; del '71 il secondo viaggio in Inghilterra e il ritorno attraverso l'Olanda, la Francia, la Spagna e il Portogallo, concluso nella primavera del '72 quando prese stabile dimora a Torino. XI, Firenze 1958; S. Pellico, art. Gaetano Fedele Polidori (1763–1853) was an Italian writer and scholar living in London.He was the son of Agostino Ansano Polidori (1714–1778), a physician and poet who lived and practised in his native Bientina, near Pisa, Tuscany.. Polidori studied law at the University of Pisa.He became secretary to the tragedian Vittorio Alfieri in 1785 and remained with him four years. Dejob, La tendresse dans le théatre d’A., in Conférences de la Soc. Ancora nel 1806 in un opuscolo Sopra le tragedie di V. A. dello Schedoni si affermava che esse sono immorali perché mostrano «schernite le leggi, soppressi i deboli» e perché vi «domina la sovversione d'ogni principio, quell'anarchia della politica e della morale che immerse la Francia negli orrori estremi della sociale dissoluzione». (I ediz. d’A., Paris 1901; Id., Lettres et écrits divers de la c. non potevano essere per lui il termine ultimo della letteratura italiana (come non era nemmeno il romanticismo): rispetto al suo ideale morale anche la poesia dell’A., «la più alta espressione della libertà e della personalità dell’uomo, lo sforzo più grande e gigantesco di rifare una vita non ancora spenta nelle fantasie italiane», gli sembrava manchevole: non senza ragione la scuola classica, che lo aveva avuto per maestro, si era chiusa con gli sdegni irrequieti e coi gemiti di dolore del Foscolo e del Leopardi.Anche il Centofanti nel saggio Sulla vita e sulle opere di V. A. Scrittore di tragedie, piemontese, Vittorio Alfieri attraversa la seconda metà del Settecento con irruenza, passione e coscienza civile. Il primo è legato a un ... 1. 8; L. Salvatorelli, Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Torino 1935, cap. Eppure l’A. Detail books : Author: Date: Page: Rating: Reviews: 0 Category: Book. gesserit / publica. Tanto più significativo per quel che segue sugli uomini della seconda specie, nella natura dei quali «è congiunta e mista alla forza una sorta di debolezza e timidità», e tra questi, sentiamo, è l'autore che mentre si riconosce di un carattere diverso, ancora una volta idoleggia nell'A. Gliene venne, fra l'altro, il desiderio, anzi l'ansia di uscire dal suo Piemonte, di conoscere uomini e paesi d'Italia e d'Europa, e nel '66 a diciassette anni iniziò con un viaggio a Roma e Napoli quelle peregrinazioni che alternate con brevi periodi di sosta in patria lo presero tutto sino al 1772. Scrittore di alti ideali, ha precorso le istanze politiche e morali del Risorgimento. Altri invece, come il Mestica, dimostravano che non nella monarchia costituzionale bensì nella repubblica si compendiava il pensiero politico alfieriano: ma queste stesse discussioni sul regime politico che il nostro autore avrebbe propugnato, attestavano come si fosse lontani da quel che era stato in realtà per lui la politica.Così pacifiche interpretazioni dovevano lasciare in ombra l’intimo tormento dello spirito alfieriano, e perciò la fonte stessa di cui si alimenta la sua poesia, la quale anche da parte di chi le tributava elogi e riconoscimenti fu assai meno se non scarsamente sentita, e considerata sempre più quasi un’appendice dell’opera del politico, con le solite eccezioni del Filippo e del Saul. ital. Tornò ancora una volta in Siena, mentre l'Albany otteneva per l'intercessione di Gustavo III di Svezia la separazione ufficiale dal marito e il consenso di lasciare Roma. MDCCC...»: fu sostituita invece dalla seguente: «Victorio. Il culto plutarchiano dei pochi grandi, in cui l'A. Assistendo la Turinetti durante una sua malattia, aveva abbozzato una tragedia, Antonio e Cleopatra, che poi, condotta a termine, fu rappresentata con lieto successo (1775): l'A. Ma all’A. – Del poeta e tragediografo Vittorio Alfieri (1749-1803): il verso alfieriano, le tragedie alfieriano; l’antitesi alfieriano tra l’eroe e il tiranno; lo stile alfieriano, caratterizzato da una stringatezza secca e spesso aspra; anche,... vittorióso agg. sono rist. Introduzione ai poeti, Roma 1946); Id., il cap. L’errore suo è stato quello di confondere la necessaria opera dello storico, il quale non può far proprio, come è ovvio, il giudizio che di sé medesimo dà un autore o che si è fissato per una pigra tradizione, con un contradittorio sistematico e puntiglioso, quasi di giudice istruttore col suo poeta: perciò egli potè con riserve e limitazioni correggere questa o quell’opinione e sopra tutto invitare a uno studio diretto di tutta l’opera alfieriana, ma non riuscì a dare del poeta e dell’uomo un ritratto suo compiuto e finì dopo così insistenti contestazioni ad accettare il giudizio corrente. rist. La Vita (la prima parte fu scritta nel '90 e giunge fino a quell'anno; la seconda è del 1803, l'anno stesso della morte), sostanzialmente e coraggiosamente veritiera, è, per consenso di tutti, un capolavoro, tanto è perfetta l'aderenza dello stile a quel misto di alta idealità entusiastica e d'ironia, di violenza appassionata e intima bontà, di furori e di malinconia, ch'era nel suo temperamento. 49-81; W. Dilthey, V. A. quel che in una pagina, che non ricompare nella Storia, dell’articolo sul Metastasio gli era venuto fatto di scrivere: «La collera contro la vecchia società colse pure il Metastasio. tragico di giornalisti francesi, il Quinet che la storia nostra sente come cosa sua propria comprende la ragione intima dell’odio alfieriano, il valore di quell’odio stesso di tanto superiore all’indifferenza dei tiepidi, se pur espressione di una solitudine tragica che non potrebbe avere altra conclusione che il suicidio di Jacopo Ortis: pagine tutte queste di appassionata e colorita, forse troppo colorita eloquenza che non possono essere trascurate in una storia della fortuna e della critica alfieriana.Non si discosta il De Sanctis dagli altri critici del Risorgimento nell’interpretazione civile e nazionale dell’A.

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